11.2 Capitolo Primo - Introduzione all’Antropologia culturale
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Scritto da Administrator   
Domenica 30 Maggio 2010 15:41

 

 

11.2. Capitolo primo - Premier Chapitre - Chapter 1

 

 

§ I      Dall’organizzazione sociale all’organizzazione politica nelle società prestatuali.

 

1.0.Organizzazione sociale.

La famiglia si può brevemente definire come “un gruppo sociale i cui membri sono uniti da legami di parentela”.

 

Nella sua forma più semplice la famiglia, nucleare, primaria, elementare, consiste di due adulti maturi di sesso opposto e dei loro figli, che vivono insieme in un’unione riconosciuta dagli altri membri della società.

 

Questi individui sono uniti tra loro da legami di parentela di tre tipi

     1.quello esistente tra la coppia di adulti (rapporti marito-moglie);

     2.quello esistente tra la coppia e i loro figli (rapporti genitori-figli);

     3.quello esistente tra i figli (rapporto fratelli-sorelle).

 

I raggruppamenti di parentela più importanti sono:

  • a.la famiglia nucleare e le sue varie forme estese;
  • b.la famiglia congiunta (due o più famiglie nucleari, legate o per linea paterna, patrilocale, o per linea materna, matrilocale);
  • c.il clan, cioè grandi gruppi di famiglie;
  • d.i lignaggi (dall’inglese lineage), che consistono in suddivisioni di clans;
  • e.le fratrie, gruppi più ampi, che formano un legame tra i clans in base a più remoti rapporti di parentela.

 

Questi raggruppamenti sociali, che comprendono diversi clans, sono basati sulla convinzione che in origine siano discesi tutti da un comune antenato mitologico.

 

Questi raggruppamenti assolvono numerose funzioni, che vanno ben al di là della cura e dell’allevamento dei figli: queste funzioni sono determinate dalle diverse culture, ma possono riassumersi in:

  • eonomiche
  • politiche
  • religiose.

Qualche parola sui raggruppamenti di parentela.

 

Le famiglie legate da un antenato comune, più remoto dei genitori, vengono chiamate lignaggi (o stirpi). Tra di esse, che non necessariamente debbono avere comune residenza, esiste solo il riconoscimento di un comune antenato.

Il clan, invece, è il raggruppamento che estende ancora di più l’appartenenza alla famiglia. Il termine deriva dal gaelico clann e significa bambini o discendenti.Vi sono clans patrilinei (in cui l’individuo appartiene al clan di suo padre) e clans matrilinei (in cui l’individuo appartiene a quello della madre).

 

I membri dei clans non vivono necessariamente insieme nella stessa unità di residenza: a volte nemmeno in unità residenziali vicine. Il clan è esogamo: quindi accoglie, per matrimonio, membri di altri clans. Si suppone che tutti i membri di un certo clan discendano da un antenato comune, che spesso è simbolizzato da una figura di qualche specie animale o piante o altri oggetti.

 

§ II     Totemismo.

 

Presso un cospicuo numero di popolazioni pre-letterate troviamo un fenomeno culturale chiamato totemismo (da una forma dialettale algonchina “ototeman”, significante appartenente al mio clan)2.

 

Una chiara definizione del totemismo è quella data dall’antropologo Radcliffe-Brown:”Un insieme di costumi e di credenze in base ai quali viene stabilito un sistema speciale di rapporti fra le società e gli animali, le piante o altri oggetti naturali che sono importanti nella vita sociale”.3

 

Ogni raggruppamento mantiene un rapporto sistematico con una particolare specie animale o vegetale e con una certa classe di oggetti naturali: questi animali, queste piante o questi oggetti naturali si chiamano i totem del gruppo locale.

 

Da notare che non sempre i totem sono associati con i clans, vi sono popolazioni, come i Baganda dell’Africa orientale, in cui alcuni clans hanno addirittura due totem. In questo caso è severamente proibito ai membri del clan di mangiare gli animali o le piante rappresentati dal totem. Proibizione che, invece, non vale per individui della stessa società non appartenenti, però, a quel clan.

 

Non vi è, in questo caso, nemmeno identificazione tra totem e antenato del clan e le cerimonie del clan non sono dirette al culto totemico, ma ad onorare i morti del clan e altri esseri soprannaturali non totemici, comunque associati al clan.

 

Presso gli Arunta australiani (studiati anche da Durkheim) i membri del culto totemico possono cibarsi, modestamente, dell’animale o pianta rappresentati dal totem: i pezzi migliori, però, vanno agli altri.4

 

Va sottolineato che nelle aree in cui la popolazione deve, per la maggior parte dell’anno, disperdersi per poter sopravvivere (come abbiamo visto in precedenza), la famiglia nucleare, unita ad altre comunità transitorie composte di altre famiglie nucleari, è l’unità sociale predominante.

 

Comunque, a mano a mano che le società, in virtù di uno sviluppo tecnologico che migliora continuamente, divengono più ampie e più concentrate, l’organizzazione sociale basata sulla parentela si trasforma in un ordine sociale basato sul dominio della legge, resa esecutiva da entità politiche complesse e impersonali.

 

§ III    Natura e forma dell’organizzazione politica.

 

Alla base di ogni forma di raggruppamento politico-territoriale vi è la coresidenza, cioè l’associazione abituale di esseri umani in comunità o gruppi locali.

 

Il gruppo locale si può definire come un “aggregato di esseri umani caratterizzato dai seguent elementi:

1.residenza comune su un territorio definito;

2.possesso di una cultura e di una lingua comuni;

3.uno spirito di corpo, in base al quale i suoi membri si distinguono dagli estranei;

4.una lunga tradizione di amichevole associazione tra i membri”.

 

Da rilevare che non sempre i membri di questi gruppi sono legati tra loro da vincoli di parentela. La maggioranza dei gruppi è composta da diversi tipi di parentela, a volte estranea a vincoli di sangue o anche di matrimonio.

 

Il gruppo locale rappresenta, quindi, il punto di partenza per lo studio dell’organizzazione politica, ma non rappresenta necessariamente un’unità politica. Infatti, i gruppi politici sono organizzati ad opera di leaders che ricevono rispetto e fedeltà da parte dei membri del gruppo e svolgono le seguenti funzioni:

1.tutela della pace all’interno del gruppo politico;

2.organizzazione e direzione delle imprese del gruppo;

3.guida delle attività del gruppo (come le operazioni di guerra).

 

Pertanto, possiamo affermare che con l’organizzazione politica il gruppo supera la fase iniziale imposta ai semplici rapporti di parentela e consegue già un‘unità di livello superiore. Anzi, è assai probabile che la vera organizzazione politica inizi solo con lo sviluppo della cooperazione tra gruppi estranei, quindi non imparentati tra loro.

 

Presso altri tipi di popolazioni si è riscontrato che il gruppo locale è privo di organizzazione politica e la forma più elementare di organizzazione è la banda, cui sovrintende un sistema leaderistico.

 

Un altro tipo di organizzazione politica si ha quando più bande si legano in tribù o in confederazioni con una loro autonomia locale. Sembra, addirittura, che bande, tribù e confederazioni5 rappresentino il tipo più frequente di organizzazione politica presso popolazioni preletterate. Queste organizzazioni, comunque, in caso di guerra, non hanno mai come scopo la conquista o l’espansione territoriale, come abbiamo notato in precedenza.

 

Infatti, guerra di conquista e conseguente sfruttamento economico portano ad un diverso sistema di organizzazione politica: lo stato.

 

Mentre bande, tribù e confederazioni sono ancorate a tipi di economia dalle precise caratteristiche di sussistenza primaria; lo stato è quasi sempre legato a un tipo di economia che produce surplus.6

 

E’ ovvio che un tale tipo di stato sorse quando gruppi organizzati in rapporti di alleanza e dotati di un tipo di economia altamente produttiva poterono allargare con la forza i propri confini territoriali imponendo una posizione di sudditi agli sconfitti, che divennero oggetto di sfruttamento.

 

Possiamo ripetere con Robert Lowie(antropologo statunitense di origine austriaca, 1883-1957)che “lo stato è l’associazione che corrisponde alla legge”.7

 

Pertanto, nello studio dell’organizzazione politica possiamo distinguere i seguenti tipi di categorie:

1.società in cui non esiste una vera organizzazione politica, in cui cioè il gruppo locale non ha un sistema di leaders. E’ questo tipo di società che tende ad essere disperso su un’ampia area geografica e possiede un’economia elementare;

2.società organizzate politicamente come bande, tribù e confederazioni: in esse la popolazione tende a vivere in un’area più ristretta e l’economia è più sviluppata;

3.società organizzate come stati conquistatori, risultato di guerre di conquista ed espansione territoriale. I vinti sono ridotti a sudditi e oppressi economicamente. L’economia produce eccedenze utili allo scambio, e il potere è nelle mani di una ristretta cerchia,a volte ereditaria (oligarchia).

 

§ IV    Teorie sull’origine e funzione della guerra nelle società prestatuali.

Secondo numerosi antropologi, molti elementi indicano che l’equilibrio popolazione-risorse viene assicurato dalla guerra tra bande e villaggi e che l’origine di questo flagello sta nell’incapacità dei popoli preindustriali di escogitare mezzi meno costosi o più pacifici per mantenere bassa la densità della popolazione e tassi ridotti di crescita demografica.

 

E’ opportuno però esaminare alcune teorie alternative, di cui le principali sono le seguenti:

  1. la guerra come momento di solidarietà;
  2. la guerra come attività ludica;
  3. la guerra come espressione della natura umana;
  4. la guerra come momento di attività politica.

 

1.La guerra come momento di solidarietà:

Secondo questa teoria, la guerra costituisce il prezzo, inconsapevole, pagato per la costruzione dell’unità di gruppo. Essa promuoverebbe lo spirito di corpo. La deviazione del comportamento aggressivo verso bande o villaggi circostanti agisce come valvola di sicurezza. Ciò però non può chiarire e giustificare il perché di un mezzo tanto violento che, per esempio, potrebbe essere sostituito da comportamenti diversi, quali il ricorso a ingiurie verbali, competizioni sportive o, addirittura, finti combattimenti.

 

2.La guerra come attività ludica:

Secondo quest’altra teoria, avanzata da alcuni antropologi, la guerra rappresenterenbbe un piacevole sport competitivo di gruppo.Infatti, se agli amici è gradito perdere la vita oppure rischiare mutilazioni in una guerra, ebbene questa può risultare materialmente funesta, ma sotto il profilo psicologico può essere apprezzabile!Ricordiamo i Sioux del paragrafo seguente, che con le azioni di guerra acquisivano prestigio e autorità e, conseguentemente, divenivano oggetto di maggiore onore nell’ambito del gruppo di appartenenza o dell’intera nazione.Tant’è vero che, al contrario, i renitenti erano vestiti con abiti pacifisti e costretti al servizio dei loro coetanei guerrieri!

 

Ma si obbietta:se è possibile insegnare a trovare piacevole la guerra e ad apprezzarla, sarà ugualmente possibile insegnare a detestarla e ad evitarla?

 

Si tratta, quindi, di intervenire sui momenti educativo-formativi per dare significato diverso ai valori della guerra (intendendo per valori quel complesso di elementi che generano nell’individuo quei profondi convincimenti morali e umani circa l’accettazione o meno dell’utilità della guerra).

 

3.La guerra come espressione della natura umana:

Un’altra teoria antropologica, questa, che si basa sul presunto impulso della ragione umana ad uccidere.

 

Si verificherebbe la guerra a causa dell’”istinto omicida” dei maschi. Si uccide perché questo comportamento aiuta la selezione naturale! Ovviamente la capacità di divenire aggressivi e muovere guerra fa parte della natura umana, ma possiamo affermare che non esistono impulsi o predisposizioni negli esseri umani a uccidere i loro simili (a meno che si tratti di casi patologici).

 

Il punto debole di questa teoria della guerra come espressione della natura umana sta nel fatto fondamentale che esistono variazioni di comportamento, a livello storico e generazionale; tant’è vero che, ad esempio, gli indiani Pueblo8 del sudovest degli USA, noti come pacifici, religiosi, solidali, non aggressivi, agli osservatori contemporanei; qualche secolo prima erano noti al governatore spagnolo della Nuova Spagna come un popolo aggressivo che cercava di uccidere qualsiasi bianco. Quindi è evidente che sono le condizioni storiche e culturali che indirizzano un dato comportamento. Si noti, anche in società più vicine, l’atteggiamento tenuto per decenni dai Giapponesi dopo la batosta dell’atomica, e la società militarizzata israeliana dpo le persecuzioni naziste.

 

4.La guerra come momento di attività politica.

Un’altra teoria, ancora, propone il conflitto armato come la logica conseguenza del tentativo di un gruppo di mantenere o migliorare la propria posizione politica, sociale ed economica a spese di un altro gruppo.Si tratta, però, di una dimensione diversa: qui per gruppo dobbiamo intendere un vero e proprio stato, cioè una società organizzata politicamente, che deve la sua esistenza proprio alla capacità di condurre guerre di conquista territoriale e di rapina economica. Questi elementi sono assenti nella guerra tra bande, villaggi e gruppi primitivi prestatuali, che sono privi di vera e propria burocrazia e di apparati militari e giuridici.

 

Quindi questa teoria di pura e semplice espansione politica si addice agli stati sovrani, come siamo abituati a conoscerli noi, ma è estranea alle bande primitive che non perseguivano simili disegni, propri di un diverso tipo di civiltà. Pertanto, per comprendere perché la guerra è praticata dalle bande e dai villaggi primitivi, si deve valutare il contributo che essa può dare alla conservazione di equilibri ecologici e demografici favorevoli.

 

4.1.Equilibrio ecologico

Il primo di questi contributi è la dispersione della popolazione in più ampi territori con la creazione, però, di zone franche, vere e proprie “terre di nessuno”, ricche di selvaggina, pesce, frutti selvatici, legna da ardere e altre risorse: per l’equilibrio dell’ambiente.

 

Queste terre di nessuno rappresentano un ruolo importante nell’ ecosistema generale, perché costituiscono un vero e proprio HABITAT9 di riserva per piante e specie animali che altrimenti rischierebbero la scomparsa a causa dell’intervento dell’uomo.

 

La dispersione dei gruppi e la creazione di questi particolari HABITAT di vitale importanza ecologica rappresentano, quindi, vantaggi molto importanti derivanti dalle ostilità fra gruppi nelle società costituite da bande e villaggi. Ad una condizione: che i gruppi devono assolutamente evitare che l’incremento demografico superi quel limite, oltre il quale si rischia di rarefare le risorse disponibili.

 

La sola guerra, è stato accertato, non può soddisfare a questa condizione.

 

4.2.Equilibrio demografico

La guerra, da sola, nelle situazioni prestatuali non riesce a ridurre il ritmo con cui una banda o un villaggio crescono ed esauriscono le risorse disponibili nell’ambiente. Diversamente da quanto comunemente si pensa le bande e i villaggi primitivi ricorrevano eccezionalmente alla guerra per ridurre i tassi di crescita demografica. Un mezzo in uso in quel tipo di società per ridurre i tassi di crescita demografica era costituito dall’”infanticidio delle femmine”.

 

Quel tipo di società, infatti, incoraggiava l’allevamente dei maschi, che servivano per la guerra, mentre svalutava il ruolo delle femmine, educate a non combattere e dissuase dal farlo.

 

Quel tipo di società, infatti, abbracciando questo orientamento culturale, arrivò alla limitazione delle figlie femmine mediante la noncuranza, i maltrattamenti e l’assassinio istituzionalizzato!

 

Si tratta di una scelta culturale operata da quel tipo di società, giacchè si è ritenuto che solo una potente forma culturale abbia potuto motivare fortemente i genitori per costringerli a trascurare, e direttamente sopprimere, le figlie femmine.Ciò fu possibile, ritengono diversi antropologi, perché si pervenne alla convinzione che i maschi erano socialmente più importanti delle femmine, perché servivano alla guerra!

 

Pertanto i genitori non aevano alcuna difficoltà, e alcun scrupolo, ad eliminare le femmine, perché ciò consentiva loro di allevare il maggior numero possibile di maschi.Si ritiene, pertanto, che la guerra e l’infanticidio delle femmine siano stati i prezzi che le antiche società primitive dovettero pagare per regolare la loro crescita demografica al fine di prevenire una riduzione dello standard di vita al livello di sopravvivenza.

 

§ V     Problemi di nutrizione presso una popolazione aborigena sudamericana.

 

Il “popolo crudele”(“the fierce people”)è definito quello Yanomamo dall’antropologo statunitense Chagnon10,che li ha ossservati convivendoci.

 

Gli Yanomamo vivono nelle foreste lungo il confine tra Brasile e Venezuela, vicino ai corsi superiori dell’Orinoco e del Rio Negro. Sono in continua guerra tra di loro; tant’è vero che il 33 per cento dei decessi maschili avviene a seguito di ferite riportate in guerra.

 

Gli Yanomamo sono inoltre molto violenti nei confronti delle loro donne, che maltrattano con continue percosse, mentre stuprano, anche collettivamente, le donne nemiche catturate.

 

I frequenti omicidi che si verificano nei loro villaggi e nei rapporti tra villaggi non sono provocati, secondo lo studio di Chagnon, da pressioni demografiche o preoccupazioni ecologiche. Anche essi praticano l’infanticidio delle femmine, tant’è vero che vi è un rapporto fortemente squilibrato tra maschi e femmine: su 12 villaggi il rapporto tra la popolazione giovanile era di 148 ragazzi contro 100 ragazze.

 

Una delle principali cause di tensione e disunione è costituito dal fatto che le femmine rappresentano un premio. La carenza di donne provoca una profonda rivalità rafforzando il cosiddetto “complesso waiteri”, cioè il “complesso della ferocia maschile, e accentuando la carica aggressiva e lo spirito combattivo.

 

Secondo gli Yanomamo studiati da Chagnon, la causa principale delle lotte tra gruppi è rappresentata dal possesso delle donne. E’ stata comunque notata da Chagnon una maggiore ferocia e aggressività nelle popolazioni Yanomamo dei villaggi di zone centrali, mentre i periferici sentono in misura ridotta lo stimolo all’aggressività e alla violenza.

 

Pertanto, i fenomeni da chiarire presso queste popolazioni sono:

1.la piccolezza dei villaggi e la scarsa popolazione;

2.l’aumentata tendenza alla guerra e alla ferocia nelle zone centrali rispetto a quelle periferiche;

3.l’infanticidio delle femmine nonostante il rapporto già squilibrato esistente, favorevole ai maschi.

 

Recentemente, però, si è notata un’esplosione demografica in questa popolazione, riconducibile al seguente fattore: introduzione di asce e maceti di acciaio al posto delle antiquate accette di pietra usate da tempi immemorabili. Con questi nuovi utensili è stato possibile migliorare la qualità del loro lavoro e, quindi, produrre maggiori quantità di prodotti agricoli, quali banane e piantaggine, con minor sforzo. Ciò ha provocato una migliore alimentazione e quindi un miglioramento anche biologico della popolazione.

 

Va rilevato che, contrariamente a quanto è in uso presso altri aborigeni del Sudamerica, sono i maschi Yanomamo a interessarsi della coltivazione di queste piante. Tutto ciò porta ad una crescita della popolazione che, a sua volta, provoca un intenso sfruttamento delle risorse disponibili: al loro successivo e progressivo esaurimento e ad una rinnovata pressione su di esse per un più alto livello di densità demografica.

 

Ma non sono stati i soli prodotti agricoli a consentire l’aumento del tasso demografico, bensì anche la cattura di animali da preda. Quando però le razioni cominciano a scarseggiare e la dieta ne risente, gli abitanti del villaggio sono costretti ad accettare ridotte razioni oppure a disperdersi.

 

Coloro che decidono di partire portano seco le pesanti talee di banane che coltiveranno altrove; ma nell’attesa debbono chiedere cibo ad amici pagandolo con dono di donne!

 

Queste continue dispersioni hanno indotto numerosi antropologi a pensare che la guerra tra bande e tra villaggi Yanomamo fa parte di un sistema per disperdere le popolazioni e per ridurre il loro tasso di crescita demografica.

 

§ VI     Organizzazione sociale e pensiero simbolico tra gli indiani Sioux delle pianure.

 

La prime notizie relative a questa nazione amerinda (detta Pellirosse dai Francesi, “Peaux rouges”, dal colore di ocra rossa con cui si tingevano il viso per evitare punture di insetti) le ricaviamo dalle cronache di viaggiatori, missionari, funzionari di governo dei poli colonialisti che ebbero la ventura di imbattersi in loro e di poterne osservare la vita.11

 

Le narrazioni che ci ritroviamo costituiscono materiale etnografico di grande interesse, modificato o confermato da successive cronache, ma ancor meglio da studi di antropologi, anche dei nostri giorni.

 

Ovviamente i Sioux non si chiamavano così. Essi infatti derivano questa nuova denominazione da “Nadawessi”, con cui venivano chiamati dai Chippewa (altra nazione amerinda) e il termine appartiene al gruppo linguistico algonchino12 che originariamente era “Nadowe-isiw-ug”, modificato poi dai Francesi in “Nadavesiuex” e, quindi, abbreviati in “Sioux”, significante, comunque, “piccole vipere” o “vipere minori” (da distinguere quindi dagli Irochesi, chiamati “grandi vipere”).

 

In effetti essi chiamavano sé stessi “Oceti shakowin”, che significa “i sette fuochi” oppure “i sette villaggi”.

 

Già il termine sopra riportato ci dà l’idea di un’organizzazione sociale che è poi il tema che ci siamo proposto.

 

Uno studio molto aggiornato su questa nazione, a cui noi faremo, sempre e indirettamente, riferimento, è quello di William K.Powers.13

 

I Sioux, detti anche Indiani delle pianure, come in seguito li chiameremo, vissero dapprima (secondo fonti risalenti al 1640) nella regione compresa tra le sorgenti del Mississipi e il Red Lake, cioè nell’attuale Minnesota centro-settentrionale.

 

Distinguiamo tra i Sioux tre gruppi:

  1. quello orientale, denominatosi “Dakota”;
  2. quello centrale, “Nakota”;
  3. quello occidentale, “Lakota”.

Questi tre termini stanno anche ad indicare tre diversi dialetti della lingua Sioux, che apparteneva al gruppo linguistico algonchino.

 

I sette Fuochi erano così composti:

  1. Mdewakanton (= Villaggio del lago sacro)
  2. Wahpeton (= Villaggio tra le foglie)
  3. Wahpekute (= Tiratori tra le foglie)
  4. Sisseton (= Villaggio che puzza di pesce o Villaggio paludoso)
  5. Yankton (= Villaggio all’estremità)
  6. Yanktonai (= Piccolo Villaggio all’estremità)
  7. Teton14 (= Villaggio della Prateria).

 

I primi quattro parlavano il dialetto dakota e venivano chiamati Santee; il 5° e il 6° fuoco, invece, parlavano il nakota, e i Teton il Lakota (erano il gruppo più occidentale dei sette Fuochi).

 

I Teton dalla fine del XVII secolo fino al 1830 circa iniziarono una lunga e complessa serie di spostamenti demografici e conflitti tribali che dovevano portarli ad insediarsi nella parte sudoccidentale dell’attuale South Dakota.

 

Grazie all’introduzione del cavallo15, essi modificarono la propria organizzazione socioeconomica, che prima era basata sulla caccia e l’inseguimento di grandi mandrie libere di bisonti della prateria(16),come ci illustra brillantemente il celebre etnologo e antropologo culturale Clark David Wissler (1870-1947), antropologo pellerossa (o American Indian o Native American) seguace delle teorie diffusioniste e allievo di Franz Boas.

ZClarkWissler

Clark David Wissler

 

 

I sette Fuochi, a loro volta, erano suddivisi in altri gruppi più piccoli, variamente denominati da diversi studiosi con termini in uso in antropologia culturale (clan, bande, gentes), ma che non corrispondono esattamente alla reale struttura sociale di quella nazione.

 

Pertanto, ognuno dei sette Fuochi era a sua volta suddiviso in sette gruppi (ciò perché i Sioux considerano il 7 un numero sacro, al pari del 4, mentre il 3 era scomposto in 2+1, per cui il 7 = 4+2+1).

 

Ad una situazione sociale dominata dal contnuo movimento dei gruppi, i Sioux opponevano, e facevano riferimento, una struttura fissa e costante cercando di darsi un’immagine definita del loro tipo di società.

 

Per essi la struttura eptadica elementare (come l’ha definita Powers, 1977), rappesentava l’organizzazione sociale ideale: questa era il modello della natura e quindi il modello ideale (idealtypen weberiano) e adeguato per una nazione.

La divisione linguistica dei sette Fuochi, rifacendosi al 7 sacro e all’ideale struttura eptadica elementare, comprendeva quattro gruppi di dialetti dakota, 2 gruppi di dialetti nakota e 1 gruppo lakota.

 

La medesima struttura eptadica – secondo Powers – si ritrova nella simbologia, nel rituale, nei miti, nei nomi imposti ai neonati per ordine di nascita, nella concezione del divino. Si tratta di quel “fascio di relazioni”(così chiamate altrove da Levi-Strauss)17, che comprende le relazioni dell’uomo col cosmo e con i suoi simili.

 

Per analizzare la struttura sociale, nelle sue linee fondamentali, osserviamo i Sioux occidentali o Lakota, sui quali esistono osservazioni e studi più numerosi.

 

Alla base del sistema sociale Lakota(=Amici, Alleati)vi è il “Tiyospaye”,cioè il “Gruppo familiare autosufficiente”(anche qui vari studiosi hanno dato interpretazioni diverse).

 

Il tiyospaye è composto da un gruppo di parenti, quindi uniti per nascita e parentela, a guisa della famiglia estesa, tenendo però conto che il sistema di parentela Sioux è bilaterale e quindi l’individuo poteva scegliere di appartenere al tiyospaye paterno o materno. Generalmente i maschi tendevano al tiyospaye paterno e le femmine a quello materno, ma potevano influire anche i fattori di vicinanza, per esempio.

 

Il tiyospaye costituiva l’”unità autosufficiente primaria”, nucleo della società Sioux (Hassrick,1964). Infatti, una delle sue definizioni in inglese è “family hunting group”, cioè “gruppo familiare di caccia”.

 

Quali erano i compiti del tiyospaye come nucleo fondamentale della società sioux? Attività di caccia, approvvigionamento e conservazione di cibo; lavorazione dei prodotti, il tutto basato sulla collaborazione dei parenti diretti e collaterali.

 

Secondo la concezione sioux, i Lakota erano il Popolo originario (si desume da numerosi racconti mitologici), superiore a tutti gli altri, costituente, anticamente, un unico grande accampamento (wicoti), composto dai sette Fuochi. Essi si ritenevano, pertanto, il genere umano e universale per eccellenza (concezione definita etnocentrista da Lanternari)18.

 

Ciascuno dei setti Fuochi (=oceti) era chiamato anche villaggio e le sue successive sette suddivisioni erano dette ospaye, che Powers chiama però oyate (=popolo), col termine oyate però i Lakota designano non solo gli uomini ma anche gli animali, perché li ritenevano organizzati in gruppi sociali simili all’uomo. Esempio: “oglala oyate”, cioè “Popolo Oglala”, ma anhe “mato oglala”, cioè “popolo degli orsi”; e “Wanbli oyate”, cioè “popolo delle aquile”.

 

Al livello tribale corrisponde il gruppo ospaye, che si riunisce in estate per la”danza del sole”19. A sua volta l’ospaye era suddiviso in tanti ti-ospaye (si è calcolato che ogni ti-ospaye contava una fascia autonoma di 20-30 famiglie, dalle 150 alle 300 persone).

 

(Storicamente appartennero ai Lakota o Teton sette importanti oyate o gruppi(Oglala, Sichangu, Minneconjou, Hunkpapa, Sihasapa, Itazipcho e Oochenompa).Agli Oglala [=Coloro-che-disperdono-ciò-che-possiedono]  appartennero due grandi capi: Crazy Horse [Cavallo Pazzo], Red Cloud, il cui vero nome era ”Makhpiya-Luta”,il celebre “Nuvola Rossa”, capo della resistenza indiana ai bianchi. Agli Hunkpapa [Coloro-che-si-accampano-all'entrata]) appartenne Sitting Bull, Tatanka Yotanka cioè Toro Seduto. Alce Nero o Black Elk, chiamatoHehaka Sapa [1863-1950]fu un Wichasha Wakan(sciamano) e figura messianica.20

ZnuvolarossaZToroseduto1881

                                                   

                                                       In alto Nuvola Rossa in una rara foto.Qui sopra Toro Seduto nel 1881

 

Questi furono i più forti e numerosi, propaggine occidentale della nazione Sioux, i veri e propri Sioux delle Pianure.21

 

Questi gruppi erano in relazione tra di loro; relazioni caratterizzate da conflitti e alleanze continui, che ne ridefinivano la struttura e la composizione, che però si rifaceva sempre al loro modello ideale di organizzazione sociale.

 

Famiglie appartenenti a più tiyospaye vivevano organizzate in un wicoti, che abbiamo visto essere il campo o accampamento, formato da “tende con a capo un uomo” (=ti ognaka).

 

Il wicoti aveva una sua struttura simbolica, giacchè le tende (teepe)22 erano disposte a cerchio con apertura(=tiyopa-verso est).Lo spazio delimitato dal cerchio di tende era chiamato hocaka,come centro del capo.

 

Questo perimetro stava a significare l’unità e la solidarietà del gruppo; al cui interno tutto era hocaka (=buono, sacro, conosciuto);mentre all’esterno del campo tutto era toka (=nemici, sconosciuto), mondo abitato da cattivi spiriti, l’ignoto.

 

Il perimetro del wicoti era chiamato “cangleshka wacan”, cioè sacro cerchio:il cerchio del simbolismo Lakota significa il cosmo.

 

Va rilevato che tra gli Indiani delle pianure il mondo era concepito come una serie di cerchi concentrici: a partire dal nucleo familiare, alla tenda circolare, fino al cosmo. E danze concentriche si svolgevano  nel periodo estivo attorno al palo sacro, che diveniva così, simbolicamente, il centro dell’universo, mentre attorno ad esso veniva eretta la “capanna della danza del sole” rappresentante il cosmo.

 

E’ ovvio che, se fuori dal wicoti tutto era nemico, era facile il conflitto non solo sociale, ma bellico, col mondo circostante.

 

E, infatti, la guerra costituiva la principale attività dei maschi che così ottenevano autorità e prestigio. Coloro che si distinsero maggiormente in guerre e razzìe furono I Teton, cioè i Lakota.

 

I motivi del quasi continuo stato di guerra erano diversi: possesso di territori ritenuti più fertili; spostamenti geografici, razzìe di cavalli, possesso di beni introdotti dai bianchi.

 

Lo “schema di guerra”  superava qualsiasi altra occupazione sociale. Anche la guerra assumeva connotati simbolici e rituali: si andava d’inverno di wicoti in wicoti a lamentarsi per torti subiti ed a chiedere aiuto e comprensione, offrendo al Consiglio dei capi di fumare il “calumet”,segno di pace ed allenza23.

 

In caso di accettazione, in estate si eseguiva il rito della danza del sole, dopo di che si partiva per la spedizione. Con la danza si ricreavano vecchi rapporti di alleanza, di amicizia, di parentela; così essa in sé stessa significava rito di rinnovamento e ricreazione del cosmo.

 

Da un punto di vista sociologico l’attività bellica sioux sembra utile al mantenimento del meccanismo di coesione sociale tra gruppi nomadi in continua dispersione.

 

Ogni gruppo sioux era guidato da un capo(=itancan).Tra gli Oglala ve ne erano sette. Nel periodo di pace l’ordine era assicurato da una milizia di polizia, detta akitcita, formata da guerrieri. Nel rapporto tra i sessi la donna (=squaw)24 doveva essere conquistata come una preda, ma poi era altamente considerata e se ne ascoltava il parere nel Consiglio.

 

Oltre alla guerra, un altro modello di comportamento era la generosità, per cui un itancan era scelto non solo per l’abilità guerresca, ma anche per la sua generosità. Ciò sta a spiegare perchè i capi e le loro famiglie erano i più poveri della tribù. Accedere al prestigio e al riconoscimento sociale significava dividere continuamente con gli altri le proprie risorse.

 

Pertanto, possiamo dire che la cultura sioux era incentrata tutta su questa abnegazione. Quindi comportamento violento col nemico; comportamento generoso,fino al sacrificio,con i membri del proprio gruppo!Anche la religione sarà dominata da questo modello ideale.

 

Attraverso una visione il Sioux pensa di ottenere il potere spirituale(=shicun).Potere che si implora evidenziando la propria umana impotenza: ”Wakan Tanka unshimale ye!”, che significa “Signore, abbi pietà di me!” (il nostro “Kyrie eléison!” o “Miserère mei,Domine!”).

 

Nel pensiero sioux le stelle rappresentano il woniya di Wakan Tanka cioè "il sacro respiro del Grande Spirito" (ovvero “Woniya wakan”: l’aria sacra, che rinnova tutto con il suo respiro). Le costellazioni sono l’espressione della sacralità di Wakan Tanka e della venerabilità delle sue parole, delle quali gli specifici significati sono trasmessi tramite storie e cerimonie della tradizione orale.È Skan (cioè il cielo) che assegna lo spirito delle stelle in ogni persona alla nascita, ed è alle stelle che ognuno torna dopo la morte.

 

Anche il rapporto con le potenze soprannauturali è concepito dai Sioux sul modello del cerchio,il “Grande Cerchio della natura”,che collega e riunisce tutti gli esseri del cosmo.In questo rapporto sono tutti sullo stesso piano: uomini, animali, piante. Anche questi, infatti, possono essere portatori dello shicun e quindi temibili.

 

Ciò provoca uno stato di frustrazione che induce a implorare gli spiriti che concedano un pò di shicun!

 

Al termine di questa trattazione ritengo utile aggiungere un passo estrapolato dal testo dello scrittore e poeta John Gneisenau Neihardt (1881-1973), che intervistò Alce Nero per ben due volte nel 1930 e nel 1931 pubblicando poi il libro per la prima volta nel 1932.

 

Nato presso il fiume Little Powder nel Wyoming, Black Elk (Alce Nero) dei Sioux Oglala (1863-1950) ebbe una visione all’età di nove anni che lo portò a divenire un guaritore famoso per i poteri spirituali e terapeutici. 

Nel 1930  Black Elk raccontò la propria storia al poeta laureato del Nebraska John C. Neihardt, descrivendo la sua partecipazione alla battaglia contro Custer, la religione della Ghost Dance (la Danza degli Spiriti) e il massacro di Wounded Knee. Ne è nato uno dei libri più importanti mai scritti sulla spiritualità dei nativi americani “Alce Nero parla”  che è divenuto la “bibbia” dei giovani indiani d’America, che vi cercano una guida spirituale:Avrà notato che tutto ciò che un indiano fa è racchiuso in un cerchio ed è perché il Potere della Parola opera sempre in cerchio e tutto tende ad essere circolare. Nei tempi antichi, quando eravamo un popolo forte e felice, tutto il nostro potere derivava dal cerchio sacro della nazione, e, fintantochè il cerchio non fu spezzato, il nostro popolo prosperò.

ZAlceNero

                                                                                      Lo sciamano Alce Nero

 

L’albero in fiore era il centro vivo del cerchio e il circolo delle quattro direzioni lo nutriva. L’Est dava pace e luce, il Sud dava calore, l’Ovest dava la pioggia e il Nord, con il suo vento freddo e possente, dava forza e resistenza.

 

Questa conoscenza ci è venuta dal mondo esterno con la nostra religione. Tutto ciò che il Potere della Parola fa, lo fa in un cerchio. Il cielo è rotondo e ho sentito dire che la terra e rotonda come una palla, e così pure le stelle.

 

Il vento, quando soffia più forte, crea dei vortici. Gli uccelli fanno nidi circolari, perchè hanno la nostra stessa religione. Il sole sorge e tramonta descrivendo un cerchio. La luna fa la stessa cosa ed entrambi sono rotondi. Persino le stagioni formano un grande cerchio nel loro avvicendarsi e tornano sempre allo stesso punto.

 

La vita di un uomo è un cerchio…. e cosi è in tutto ciò in cui si muove il potere. Le nostre tende erano rotonde come i nidi degli uccelli, ed erano sempre disposte in circolo, il cerchio della nazione, un nido composto di tanti nidi dove il Grande Spirito voleva che crescessimo i nostri figli.”25

Manderson, South Dakota, agosto 1930.

 

Non posso concludere questa trattazione senza ricordare che la cultura dei nativi americani è costantemente presente nella vita quotidiana degli americani attuali.

 

Infatti, nomi di città e di stati sono nient’altro che nomi appartenenti alle lingue parlate dai nativi. Alcuni esempi:

  • Chicago=cipolla o aglio selvatico (nome dato dalla tribù dei nativi Potawatomi)
  • Omaha=coloro che vanno contro il vento
  • Ottawa=popolo
  • Seattle=Capriolo zoppo (dal nome Sealth, da See-yahtlh, del Capo della tribù Duwamish del territorio di Washington (Costa nord-occidentale)
  • Yuma=figlio del capo 

Numerosi stati degli Stati Uniti portano nomi risalenti direttamente ai nativi:

  • Alabama=raccoglitori di piante
  • Arizona=la nuova sorgente
  • Arkansas=vento del sud
  • Connecticut=lungo il lungo fiume soggetto alle maree
  • Dakota=amico o alleato
  • Idaho=”salve”
  • Illinois=gli uomini coraggiosi
  • Indiana=terra indiana
  • Iowa=uno che addormenta
  • Kansas=popolo del vento del sud
  • Kentucky=pianura
  • Massachusetts=gli abitanti della grande collina
  • Michigan=colui che purifica
  • Mississippi=il padre delle acque
  • Missouri=il popolo delle grandi canoe
  • Ohio=il grandel fiume
  • Oklahoma=il popolo rosso
  • Tennessee=da "Tanasi",due villaggi Cherokee
  • Texas=”amici”
  • Utah=coloro che vivono sulle montagne
  • Wisconsin=terra erbosa
  • Wyoming=alternanza di montagne e valli     

Un’ultima annotazione,ma non meno importante,sui Sioux. Nel 1823 fu pubblicato il primo dizionario inglese-sioux. L’autore di quest’opera pionieristica fu un italiano, Giacomo Costantino Beltrami (1779-1855), bergamasco. Il dizionario è ancora oggi usato e ristampato (The Sioux vocabulary 1823: in the Archivio Feltrami of Count G.Luchetti, Filottrano, Italy, transcribed and edited by Cesare Marino and Leonardo Vigorelli, Kendall Park, N.J, Lakota Books, 1995).

 

 

§ VII                      I problemi del cambiamento culturale.

 

Il concetto di cultura, che Clyde Kluckhohn (1905-1960, antropologo americano, docente all’Università di Harvard) ha definito come “tutti gli schemi di vita, determinati storicamente, espliciti e impliciti, razionali, irrazionali e non razionali, che esistono in ogni epoca come guide potenziali per il comportamento degli uomini”, ci aiuta a comprendere il comportamento umano.26

 

Nell’uso antropologico la cultura comprende tutti i modi di comportarsi, relativi a tutta la gamma delle attività umane.La cultura include anche la civiltà: tutte le civiltà, comprese anche le grandi civiltà del passato e quelle odierne, sono soltanto casi particolari della cultura.

 

Essi si possono distinguere quantitativamente, per quanto concerne i loro contenuti e la complessità dei loro modelli di vita, ma non qualitativamente, dalle culture dei popoli cosiddetti incivili, La cultura quindi, possiamo dire, esiste a New York, a Londra, a Roma, a Mosca, a Nuova Dheli, esattamente come esiste tra gli Eschimesi (gli Inuit, cioè gli Uomini) o i Sioux; e gli usi e costumi dei missionari cristiani, ad esempio, fanno parte di una cultura né più né meno di quanto facciano parte di una cultura gli usi e costumi degli Indiani, dei Melanesiani e degli Ottentotti che i missionari sono andati a convertire.

 

§ VIII                     L’apprendimento della cultura.

 

L’origine e lo sviluppo della cultura dipendono dalla creazione e dall’uso di simboli. Sentiamo che cosa ci dice Leslie White (1900-1975, antropologo statunitense) a questo proposito:”Ogni comportamento umano ha origine nell’uso di simboli. Sono stati i simboli che hanno trasformato i nostri antenati antropoidi in uomini e che li hanno resi umani. Tutte le civiltà sono state generate e sono perpetuate dall’uso di simboli. E’ il simbolo che trasforma il cucciolo di homo sapiens in un essere umano…Tutto il comportamento umano consiste nell’uso di simboli o dipende dall’uso di essi. Il comportamento umano è un comportamento simbolico: un comportamento simbolico è un comportamento umano”.27

 

Una volta che il simbolo (che possiamo definire come un fenomeno fisico, oggetto, manufatto,una successione di suoni) è entrato nell’uso può essere usato come segno. Il suo significato si può desumere dall’osservazione dei contesti in cui viene usato.

 

Gli uomini simbolizzano, cioè danno significato a fenomeni fisici in quasi ogni aspetto della vita quotidiana (ad esempio, il colore rosso può significare pericolo; oppure il segnale stop a un incrocio può essere il simbolo di un partito politico; una nota casa cinematogratica  usa come proprio simbolo il leone ruggente).

 

La creazione di simboli consente all’uomo di trasmettere le sue conoscenze molto più di quanto non possano fare gli animali, e permette altresì di colmare il divario esistente tra esperienze fisiche separate e distinte e di rendere quindi la sua esperienza continuativa e cumulativa.

 

La capacità simbolica umana permette al singolo di tenere in mente un problema anche quando questo è fisicamente assente.

 

Pertanto, possiamo dire che l’uomo riesce a raggiungere una continuità di esperienze e apprendimento simbolizzando le proprie esperienze mediante le parole, gli scritti e numerosi altri simboli.

 

Quindi, la cultura non consiste soltanto in modi di comportamento appresi, ma è un corpo di comportamenti appresi, accumulati da molti uomini attraverso molte generazioni.

 

La cultura quindi esiste da quando l’uomo ha imparato a creare simboli.

 

§ IX                       L’evoluzione culturale.

 

Secondo Lewis H.Morgan (1818-1881, giurista e antropologo statunitense) l’evoluzionismo culturale, partendo dal fatto innegabile che i popoli vissuti oggi o in tempi storici esistono e sono esistiti presentando diversi livelli di sviluppo culturale, costruì una sequenza di stadi culturali, chiamati, appunto da Morgan, statuses, cioè stati.28

ZHenryLewisMorgan

           Lewis H.Morgan

 

 

Secondo questa sequenza (che ci ricorda la “legge dei tre stadi” proposta da A.Comte qualche decennio prima nel suo Cours de Philosphie positive, come vedremo nel prossimo capitolo), l’evoluzione culturale si sarebbe così delineata:

  1. da uno stato inferiore di selvatichezza
  2. ad uno stato di barbarie
  3. fino alla civiltà.

Questo concetto evolutivo di Morgan in tre stadi principali (perché in effetti egli opera una suddivisione in sei stati, con un settimo stato della vera e propria civiltà (civilization), viene chiamato “principio dell’ unilinearità”, secondo il quale tutte le tradizioni culturali rivelano nelle loro linee essenziali gli stessi stadi di sviluppo e ogni cultura si può classificare in base ai progressi raggiunti fino ad oggi, in una di queste tre categorie di base.

 

Secondo questa teoria evoluzionista, maturata nello stesso clima intellettuale del darwinismo, ma da esso indipendente, tale sequenza di passaggi è necessaria e predeterminata, dovuta “alla logica naturale della mente umana e alla necessaria limitazione della sua potenza”.

 

Malgrado le giuste critiche rivolte a questa teoria, che non poteva chiarire compiutamente bene tutti i passaggi dell’evoluzione culturale umana e nemmeno essere applicata alla totalità dei fenomeni culturali; va rilevato, comunque, che gli evoluzionisti furono i primi a riconoscere la possibilità di una scienza della cultura, cioè a capire che i fenomeni culturali non sono casuali, ma vanno soggetti, come i fenomeni della fisica e della biologia, a leggi e generalizzazioni scientifiche. Con i loro ulteriori tentativi di sistematizzazione dei dati culturali gli evoluzionisti stimolarono un’enorme quantità d ricerche dirette, compiute sul campo.

 

§ X                        Il relativismo culturale.

 

All’evoluzionismo si oppone Franz Boas (1858-1942, antropologo tedesco, famoso caposcuola dell’antropologia americana alla Columbia University), che ebbe numerosi seguaci, il quale si fondava su una concezione pluralistica della storia culturale, contrapponendosi alla visione monistica dei primi evoluzionisti.

 

ZFranz Boas

 

                                                                                 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  Franz Boas (1858-1942)

 

Da questo conflitto scaturì una terza dottrina, quella del relativismo culturale, ancor oggi considerata di fondamentale importanza.

 

La dottrina del relativismo culturale e la concezione ad essa legata del pluralismo culturale considerano ogni cultura come una totalità separata e distinta che, insieme alle altre culture che si trovano nella stessa area ristretta, rappresenta il prodotto di fattori storici diversi, ma locali.

 

Questa teoria è formulata, a partire dal particolarismo culturale di Franz Boas, da un altro antropologo statunitense, Melville Jean Herskovits (1895-1963), secondo il quale, considerato il carattere universale della cultura e la specificità di ogni ambito culturale, ogni società è unica e diversa da tutte le altre, mentre i costumi hanno sempre una giustificazione nel loro contesto specifico.

ZMelville Herskowitz 1895-1963

Melville J.Herskowitz 

 

 

Quindi gli antropologi degli anni ’30-40 affermarono che ciascuna cultura può essere valutata soltanto nei propri termini ed è obiettivamente impossibile distinguere i successivi livelli universali del progresso culturale.

 

Le discussioni e gli interventi intorno a questo tema di sono avvicendate in questi ultimi tempi, anche perché è scesa in campo la Chiesa cattolica.

 

Nella visione cattolica il relativismo culturale è ritenuto inaccettabile quando diventa relativismo etico e mette in dubbio le verità rivelate che sono oggetto della fede cattolica. La Chiesa è invece concorde nel rispetto delle diverse culture per le quali, oggi, propone una missionarietà che parte dal valorizzare i valori propri di ogni popolo ed etnia, purché non permetta comportamenti da essa disapprovati. Se sia possibile conciliare i valori etici delle varie popolazioni e quelli cattolici senza che venga persa la cultura tradizionale originaria, è il tema delle critiche più frequentemente rivolte ai missionari e alla modalità di trasmissione dei valori evangelici, che viene accusata di essere troppo occidentalizzante: per questo la Chiesa Cattolica si concentra invece sull'inculturazione, cercando di mediare la visione etica delle "verità" rivelate con le tradizioni locali.

 

L'opinione, nelle parole di Ratzinger, è che "il relativismo culturale offre evidenti segni di sé nella teorizzazione e difesa del pluralismo etico che sancisce la decadenza e la dissoluzione della ragione e dei principi della legge morale naturale. A seguito di questa tendenza non è inusuale, purtroppo, riscontrare in dichiarazioni pubbliche affermazioni in cui si sostiene che tale pluralismo etico è la condizione per la democrazia."29

 

Ovviamente molti altri studiosi non condivisero, e non condividono, la posizione estremamente relativista e pluralista e hanno tentato, pertanto, strade ancora diverse. Da qui il funzionalismo e il neo-evoluzionismo.

 

§ XI                       Il Funzionalismo.

 

La teoria funzionalista fu elaborata da Bronislaw Malinowski (1884-1942, di origine polacca, professore di antropologia alla London Scool of Economics and Political Science e negli USA), il quale affermò che ogni cultura vivente costituisce una totalità funzionante e integrata, analoga a un organismo, e che nessuna parte di una cultura può essere compresa se non in relazione con la totalità.

ZBronislaw Malinoswski

    Bronislaw Malinowski 

 

 

E’ il funzionamento di un tratto culturale nel sistema totale di una cultura che lo spiega e ne rivela la vera identità. Quindi per Malinowski la storia non gioca nessun ruolo nell’analisi antropologica: una cultura viene studiata semplicemente così come esiste, su un unico piano temporale, non nei termini del suo sviluppo storico o evolutivo.

 

Malinowski sviluppò un secondo livello della teoria funzionalista tentando di spiegare le culture in sé, di determinare le finalità funzionali delle culture umane, spiegando, così, la loro presenza tra gli uomini e cercando di stabilire una corrispondenza valida per tutta l’umanità tra i bisogni dell’uomo come organismo biologico e il suo modo di soddisfarli.

 

Secondo Malinowski, gli uomini per sopravvivere, in qualsiasi tipo di società, hanno bisogno di soddisfare sette fondamentali bisogni biologici:

  1. il metabolico
  2. il riproduttivo
  3. bisogni di benessere fisico
  4. di sicurezza
  5. di movimento
  6. di crescita
  7. di salute.

 

A differenza di Malinowski, Alfred Reginald Radcliffe-Brown (1881-1955, antropologo inglese, docente a Cambridge), dedica la sua attenzione più allo studio della società che a quello della cultura.

 

Questo studioso sostenne, infatti, che una società è composta come un organismo, di parti interdipendenti e interfunzionanti: come le parti di un organismo agiscono insieme per conservare il tutto, così gli usi e le istituzioni di una società contribuiscono al mantenimento e alla continuità dell’organismo sociale.

 

L’obiettivo degli studi di questo autore fu né storico né evoluzionista ed egli stesso definì i suoi scopi nei seguenti termini:

  1. descrivere accuratamente le strutture sociali nel loro funziomaneto; gli usi e le istituzioni della società come debbono essere descritti, con particolare riferimento al ruolo rivestito nella conservazione della struttura sociale;
  2. classificare sistematicamente i fenomeni sociali;
  3. formulare leggi generali su cui si fondano i fenomeni sociali, usando metodi scientifici come le scienze naturali.

 

Ovviamente a tutt’oggi questo indirizzo non è ancora riuscito a formulare leggi e generalizzazioni valide per la comprensione dei fenomeni sociali (cosa che del resto cercava anche il Quételet).30

 

Una ridefinizione critica dei metodi e delle diverse posizioni teoretiche la troviamo recentemente in Ralph Linton31, il quale individua quattro aspetti caratteristici nell’analisi del tratto culturale:

  1. la forma
  2. l’uso
  3. la funzione
  4. il significato.

 

Questa complessa analisi, sulla quale non ci soffermiamo, perché rappresenta studi recenti in via di sistematizzazione, getta una nuova luce sui concetti di area culturale, area cronologica e ricostruzioni storiche che se ne possono dedurre, e mette in rilievo le reciproche connessioni degli elementi culturali e l’estrema difficoltà di determinare i criteri di similarità fra tratti di diverse culture.

 

§ XII                      Il neo-evoluzionismo.

 

Il principio dell’unilinearità si è dimostrato insostenibile e i recenti dati etnografici e archeologici non hanno confermato che le diverse tradizioni culturali rivelano nelle loro linee essenziali gli stessi stadi di sviluppo.

 

Hanno rivelato, invece, diversi modelli e numerosi processi di cambiamento culturale. Pertanto, il neo-evoluzionismo per evitare le difficoltà del principio di unilinearità affronta e tratta la cultura come una totalità e non più come un’unione di culture particolari.

 

L’antropologo Leslie White ha definito ancor più chiaramente questa posizione affermando: ”Il funzionamento di qualsiasi data cultura sarà naturalmente condizionato dai fattori ambientali locali; ma, considerando la cultura come una totalità, possiamo fare la media di tutti i fattori ambientali riuniti insieme, per formare un fattore costante che può essere escluso dalla nostra formulazione dello sviluppo culturale32.

 

Anche l’antropologo e archeologo australiano Gordon Childe (1892-1957)33 esprime la stessa convinzione, quando afferma che la molteplicità di culture rivelate dalle ricerche etnografiche e archeologiche è “un impedimento se il nostro scopo è quello di stabilire stadi generali nell’evoluzione delle culture”, quindi per scoprire leggi generali, che descrivano l’evoluzione di tutta la società dobbiamo omettere o scontare le caratteristiche particolari degli habitat o degli ambienti.

 

Una via di mezzo tra il relativismo, che insiste sulle particolarità storiche, e l’evoluzione universale che, invece, considera le varie culture come totalità uniche, è percorsa dall’americano Julian Steward (cfr. “Evolution and Process” in “Anthropology today” di Alfred Louis Kroeber [1876-1960], p.318, University of Chicago Press,1953), docente di antropologia in California, la cui teoria si fonda sull’ipotesi che le tradizioni culturali distintive non siano necessariamente uniche. Esistono infatti molte ragioni per credere che le conoscenze ottenute dall’analisi di una cultura possano essere illuminanti per analizzarne un’altra,fornendoci degli elementi di comprensione. Lo scopo di questa evoluzione multilineare è di rendere espliciti questi lumi e, in ultima analisi, di formularli come generalizzazioni scientifiche o leggi.

 

L’evoluzione multilineare, a differenza delle altre ipotesi evoluzioniste,non ha un modello o un piano nel quale tutte le culture possano essere inserite;essa è un tentativo di dare sviluppo, con la comparazione intensiva di tradizioni culturali raccolte in varie parti del mondo, ad una tassonomia di tipi culturali, e per ognuna delle categorie così individuate intende produrre affermazioni generali significative, o leggi34.

 

La nostra sintetica trattazione però non può tralasciare il contributo dato da due insigni antropologhe:Ruth Benedict (1887-1948), nata Fulton,e Margaret Mead (1901-1978), esponenti della cosiddetta Scuola di “Cultura e Personalità”, interessata allo sviluppo dell’individuo.

 

Ruth Benedict, nata Fulton, figlia di un chirurgo e di una insegnante. Si sposò nel 1914, ma non ebbe figli (il marito, Stanley Rossiter Benedict, 1884-1936, fu un celebre professore di biochimica, membro dell'Accademia delle Scienze degli USA e scopritore di un metodo per scoprire la presenza di glucosio nelle urine, metodo ancora oggi utilizzato). Fu allieva di Boas e studiò con Kroeber a Kardiner, insegnò alla Columbia University35, e portò a termine importanti ricerche anche per conto del Dipartimento militare USA (Il crisantemo e la spada, 1946). Sottolineò l'importanza dello studio dei cosiddetti primitivi al fine di comprendere,per contrasto,la nostra civiltà (Modelli di cultura, 1934). Fu anche poetessa con lo pseudonimo di Anne Singleton. Leggendo i fatti culturali come poesia possiamo parlare in questo caso di "configurazionismo culturale" di Ruth Benedict. Il suo lavoro del 1946 sulla cultura giapponese fu il primo esempio di "antropologia applicata" per scopi politici e influenza ancora gli studi di cultura aziendale,la cosiddetta "corporate culture". Nel 1995 negli USA fu messo in circolazione un francobollo in sua memoria.ZRuth Benedict e Margaret Mead

ZRuth Benedict

 

Ruth Benedict nel 1937 con Margaret Mead e nel 1920 qui sopra

 

Margaret Mead (1901-1978), figlia di un economista e di una sociologa, fu persuasa dalla Benedict a studiare antropologia. Assistente della Benedict, con la quale fece diversi viaggi di studi, sviluppando un solido legame accademico ed anche di natura erotica. Fu anche uno straordinario personaggio, dalla vita intensa e anticonformista. Fece numerose ricerche sul campo, in giro per il mondo, ebbe tre matrimoni, pubblicò i risultati delle sue ricerche e, nel 1944, fondò con Ruth Benedict l’ Institute for Intercultural Studies.

 

ZmeadZMargaret Mead

Margaret Mead negli anni '40    Qui negli anni '60 col suo tipico abbigliamento e il bastone da negromante con cui usciva a passeggio

 

 

Tra l’altro, dimostrò, in “Maschio e Femmina” del 194936,che fece molto discutere,che le divisioni dei ruoli sociali,ma anche di quelli familiari e psicologici fra uomini e donne corrispondono a degli a-priori culturali che interagiscono su una comune base biologica. Indigeni e civilizzati rielaborano differentemente le istanze biologiche ma sempre in vista della ripartizione funzionale dei compiti fra i due sessi. Scrisse 44 libri e più di 1000 articoli pubblicati in diverse lingue.Fu la prima donna a diventare Presidente dell’ AAAS - American Association for the Advancement of Science (di cui chi scrive ha fatto parte come socio, segnalato dalla New York Academy of Science). Insegnò alla Columbia University e ricevette ben 28 lauree “honoris causa”. Questa scuola ha assimilato molto dalla psicoanalisi e ricevette particolare impulso dalla Mead e dalla collaborazione tra antropologia e psichiatria. Molto efficacemente il Wallace nel 1961 fece il punto sulla questione37. Nei movimenti studenteschi degli degli anni ’60 i risultati degli studi effettuati dalla Benedict e dalla Mead furono utilizzati - e a voltemanipolati - per mettere in discussione le strutture e tradizioni patriarcali.Dei suoi tre matrimoni con altrettanti antropologi, ebbe una figlia nel 1938, Catherine, figlia dell'antropologo Gregory Bateson (1904-80), anch'essa antropologa e scrittrice, tuttora vivente.

 

Ho riportato le foto di queste due grandi donne e scienziate, perchè i loro lavori sono fondamentali nella storia dell'etnologia, dell'antropologia culturale e delle sociologia. Per loro due andrebbero spese diverse pagine di trattazione.

 

 

(Biblioteca Italo Zamprotta)

1.Con il termine “Gaelico”  (dall’antico nome delle tribù irlandesi dei Gaeli) si designano generalmente almeno tre lingue:

  • la Lingua gaelica irlandese (o Gaeilge o Gaoluinn)
  • la Lingua gaelica scozzese (chiamata anche Gàidhlig o Albannach)
  • la Lingua mannese o Manx (chiamata anche Gaelg).

Queste tre varianti linguistiche sono strettamente imparentate, come d'altronde dimostrano i loro nomi originali. Anche il gaelico dal 1° gennaio 2007 sarà ammesso tra le lingue ufficiali dell'Unione europea, che salgono così a 21.

2.gruppo di popolazioni amerindie (Chippewa, Mohicani, Cheyenne, Arapaho) dell'America Settentrionale. I discendenti vivono nelle riserve indiane del Canada e degli Stati Uniti.Per la lingua cfr. Boas,F., Introduction in handbook of american indian languages, Lincoln University of Nebraska Press, 1971; Introduzione alle lingue indiane d’America, trad.it.di Giorgio R.Cardona,Boringhieri,Torino,1979.

3.cfr.Radcliffe-Brown, A.G., Structure and function in primitive society: essays and adresses, with a foreword by E. E. Evans-Pritchard and Fred Eggan, Glencoe, Ill., The Free Press, stampa 1956; trad.it. Struttura e funzione nella societa primitiva, Jaca Book, Milano, 1975

4.Spencer, B., The Arunta: a study of a stone age people, London, Macmillan, 1927

5.Ad esempio, l’unione sacrale delle 12 tribù di Israele era una confederazione, che nel 1930 fu chiamata anfizionìa da Martin Noth, sulla scorta di esempi ellenici e italici antichi: cfr. Noth, M., Geschichte Israels, Vandenbroek & Ruprecht, Gottingen, 1959; trad.it. Storia di Israele, Paideia, Brescia, 1975, p.109 e ss.

6. Per questo termine consulta il vocabolarietto in appendice.

7.Cfr. Lowie, R.H., The origin of the State, Russell & Russell, New York 1962

8.cfr. Sebag, L., L' invention du monde chez les Indiens pueblos, Maspero, Paris, 1971; trad.it. Mitologia e realtà sociale, Dedalo, Bari, 1979

9.cfr. l’apposita voce nel vocabolarietto in appendice

10.Napoleon Alphonseau Chagnon (nato nel 1938) è un antropologo e sociobiologo statunitense, docente alla University of California, Santa Barbara, e autore di numerose ricerche sul campo. Ha vissuto tra gli Yanomamo dal 1964 al 1988 e poi ha proseguito negli anni ’90 con tribù più all’interno. Ha creato il fondo monetario di sopravvivenza dei Yanomamo e ha cominciato a raccogliere i dati che dovrebbero portare allo sviluppo di un nuovo benessere per la gente dei Yanomamo. Quanto qui riportato è tratto dalle sue pubblicazioni. Cfr. Chagnon, N.A., Yanomamo: the fierce people, Holt, Rinehart and Winston, New York, 1968

11.Cfr. Catlin, G., Letters and notes on the manners, customs and condition of the north american indians, published for the author, London, Egyptians Hall, Piccadilly, 1841;

Cfr. Jacquin, Ph., Histoire des Indiens d'Amerique du Nord,  Payot, Paris, 1976; trad.it. Storia degli Indiani d’America, Mondadori, Milano, 1977 ;

Cfr. Hassrick, Royal B., The Sioux; life and customs of a warrior society. In collaboration with Dorothy Maxwell and Cile M. Bach, Norman, University of Oklahoma Press, 1964; trad. it. I Sioux : vita e costumi di un popolo guerriero, con la collaborazione di Dorothy Maxwell e Cile M. Bach, Mursia, Milano, 1983;

12.Cfr. uno dei maggiori gruppi linguistici amerindi, e anche il nome di una tribù oggi stanziata nel Canada sud-orientale.

13.Cfr. Powers, W.K., Oglala religion, Lincoln, London e University of Nebraska Press, 1977 (testo reperibile presso la Biblioteca del Dipartimento di scienze antropologiche, archeologiche e storico- territoriali dell'Universita' degli studi di Torino).

14.Teton, da Titoh wah, che significa "vivere in comunità"

15.Furono i Lakota (Sioux occidentali) ad adottare per primi l’uso del cavallo dagli spagnoli, tra il 1680 e il 1750.

16.Cfr. Wissler, C., Indians of the United States : four centuries of their history and culture, Doubleday & company, Garden City, 1940;

Cfr. Wissler, C., The american indian: an introduction to the antropology of the New World, Peter Smith, New York, 1950.

17.Cfr. Levi-Strauss, C., Anthropologie structurale, Librairie Plon, Paris, 1958 ; trad.it. Antropologia strutturale, Il saggiatore, Milano, 1970

18.Cfr. Lanternari, V., L' incivilimento dei barbari : problemi di etnocentrismo e d'identità, Dedalo, Bari, 1983.

19.La Danza del Sole (il cui nome orginale è Wiwanyag Wachipi, cioè Danza guardando il Sole) rappresentava l'apice del calendario spirituale e rituale di tutte le nazioni tribali del Nord America. Era un rituale di purificazione collettiva della durata di quattro giorni che prevedeva il digiuno, l'autosacrificio e la donazione di sé. Mediante questo atto sacro si  rendeva grazie dell'anno trascorso e si invocavano le forze divine chiedendo protezione e prosperità per tutti gli esseri viventi. Nel 1851 George Catlin, prima ricordato, compose 167 incisioni a matita “Souvenir of the North American Indians”, tra i quali, appunto, uno riporta la Danza del Sole a cui egli assistette.

20.Cfr. Neihardt, J. G.. Black Elk,  The life story of a beloved Holy Man of the Oglala Sioux, University of Nebraska Press, Lincoln, 1979; trad.it. Alce nero, uno stregone parla, Adelphi, Milano, 1983.

21.Cfr. Hyde, G.E.,  Red Cloud’s folk : a history of the Oglala Sioux Indians, foreword by Royal B. Hassrick, University of Oklahoma Press, 1937; trad. it. Nuvola Rossa e il suo popolo, Rusconi, Milano, 1990.

22.Il "teepe" era una struttura conica costruita con un numero variabile di pali, ricoperto di pelle di bisonte. Servivano da 14 a 18 pelli per un "teepe" normale e fino a 20-22 per le tende di medicina. La donna alzava il "teepe"e in generale ne era considerata la proprietaria; importante simbolo era la corrispondenza tra focolare centrale e buco per il fumo, mentre l’ entrataera orientata ad est e il posto  d’onore a ovest.In queste tende alcune tribù custodivano i Fardelli Sacri. All’ interno del "teepe" c’ erano i giacigli. Negli spazi liberi erano ammucchiati oggetti e riserve alimentari. La carne secca e il "pemmican" erano conservati in una specie di borsa di pelle grezza  dipinta.

23.il “calumet”,o pipa sacra, veniva usato come un simbolo religioso. Lungo 150 cm, l’ultimo pezzo fatto con la pietra lavorata con la sabbia. Veniva usato durante le cerimonie perchè era considerato un oggetto sacro. Quando il Consiglio della tribù si riuniva o si riceveva un ospite, veniva passato fra i presenti che aspiravano una boccata, in segno di pace. Dalla sua lunga cannuccia pendevano quattro nastri, ognuno di un colore diverso e ognuno rappresentante un punto cardinale:

Nero-Ovest: da dove arriva la pioggia. 
Rosso - Nord : da dove arriva il vento che purifica. 
Bianco - Est : da dove sorge il sole. 
Giallo - Sud : da dove arriva la stagione della fioritura(estate), cioè la forza che fa crescere.

Il bocchino era ricoperto di pelle di bisonte e dalla cannuccia pendeva una penna d'aquila, che stava a rappresentare il desiderio di far volare in alto i propri pensieri. Il tabacco misto a corteccia fumato nel calumet veniva chiamato kinnikinnick (termine algonchino) e aveva valore sacro.

 

24.Il significato del termine squaw è controverso: si ritiene che significhi “giovane donna” in lingua algonchina, ovvero “una donna” (da esquaw). Secondo altri, invece, farebbe riferimento agli organi sessuali femminili, quindi vulva e vagina, tanto è vero che i nativi lo ritenevano offensivo. A questo propostio risulta utile la consultazione di: Sanders, T.E. - Peek W.W., Literature of the American Indian, Glencoe Press, p.184, New York, 1973.

25.Per una panoramica della storia di questi popoli e per un approccio alle loro culture, risulta utile la consultazione delle seguenti opere:Cfr. Pictet, Jean., L’Épopée des Peaux-Rouges, Edition du Rocher, 1994 ; trad.it. La grande storia degli indiani d’America, Mondadori, Milano, 2000.Cfr. Erdoes, R., - Ortiz, A., American indian mythis and legends, Pantheon Books, New York, 1984; trad.it. Miti e leggende degli indiani d’America, Edizioni Paoline, Milano, 1989.Cfr. Lowie, R., Traité de sociologie primitive, ed. française revue et completée par l'auteur Payot, Paris, 1935 e 1969.

26.Personality in nature, society, and culture, 2d ed., edited by Clyde Kluckhohn and Henry A. Murray with the collaboration of David M. Schneider,  Knopf,  New York, 1953

27.The science of culture: a study of man and civilization,  Farrar Strauss, New York, 1949; trad.it. La scienza della cultura: uno studio sull'uomo e la civiltà, Sansoni, Firenze, 1969.

28.Cfr. Ancient society, or Researches in the lines of human progress from savagery, through barbarism, to civilization, Calcutta, Bharati Library, 1877, trad. it. La società antica. Le linee del progresso umano dallo stato selvaggio alla civiltà, Feltrinelli, Milano, 1970.

29.Cfr. Pera, M. – Ratzinger, J.,Senza radici. Europa-Relativismo-Cristianesimo-Islam, Mondadori,Milano,2004.

30.Cfr. Zamprotta, I., Efficacy of methods and techniques of sociological research, tesi di dottorato, pp.31-33, NoWeLU, London, 1980, versione.italiana: Efficacia di metodi e tecniche della ricerca sociologica.

31.Cfr. Linton, R.,The study of man: an introduction,  pp.402-4, Appleton-Century-Crofts, New York, 1936; trad. it. Lo studio dell’uomo, Il Mulino, Bologna,1973

32.Cfr. White, L.A., The science of culture, a study of man and civilization, Farrar, Strauss and Giroux, New York, 1949;  trad.it. La scienza della cultura: uno studio sull'uomo e la civiltà, Sansoni, Firenze, 1969;

33.Childe, G.V., Social evolution, Watts, London, 1951; trad. it. L’evoluzione delle società primitive, Editori Riuniti, Roma, 1964.

34.Per un approfondimento: cfr. Steward, J. H.,Theory of culture change: the methodology of multilinear evolution,Urbana, University of Illinois Press, 1972;trad. it. Teoria del mutamento culturale: metodologia dell'evoluzione multilineare, Boringhieri,Torino,1976.

35.Cfr. Benedict, R.,Patterns of culture, 1934; trad. it. Modelli di cultura, Feltrinelli, Milano, 1960.

36.Cfr. cfr. Male and Female:a study of the sexes in a chancing world, W.Morrow, New York, 1949;trad. it. Maschio e femmina, Il Saggiatore, Milano, 1966; tra i suoi lavori ricordiamo:

Coming of age in Samoa; a psychological study of primitive youth for western civilization, W. Morrow & Company, New York,1928;trad. it. Adolescente in una società primitiva: adolescenza a Samoa, Giunti-Barbera, Firenze, 1954;

cfr. Cultural discontinuities and Personality transformation, New York association Press,1954;

cfr. Sex and temperament in three primitive societies, New American Library, New York,1950.ì;trad. it. Sesso e temperamento in tre società primitive, Garzanti,Milano,1979.

37.Cfr. Wallace, A.F.C., Culture and personality, Random house,New York,1961.

 

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento Martedì 03 Maggio 2016 18:00